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“Qui sull’arida schiena del formidabil monte sterminator Vesevo” (G. Leopardi)

l monte Vesuvio è un vulcano esplosivo attivo, particolarmente interessante per la sua storia e per la frequenza delle sue eruzioni, e da il nome all’omonimo parco nazionale istituito nel 1996.
Il Vesuvio costituisce un colpo d'occhio di inconsueta bellezza nel panorama del golfo, specialmente se visto dal mare con la città sullo sfondo. Una celebre immagine da cartolina ripresa dalla collina di Posillipo lo ha fatto entrare di diritto nell'immaginario collettivo della città di Napoli, sebbene dagli abitanti del luogo sia considerato uno stereotipo al pari del celebre sole - mare - mandolino.

Il Vesuvio non apparve sempre come un vulcano attivo. Per molti secoli fu un monte tranquillo. Scrittori antichi lo descrissero coperto di orti e vigne, eccetto per l'arido culmine.
Fra un grande cerchio di dirupi quasi perpendicolari c'era uno spazio piatto sufficiente ad accampare un'armata. Si trattava senza dubbio di un antico cratere, ma nessuno a quei tempi sapeva niente della sua storia. Di questo cratere oggi sopravvive solo un settore, denominato Monte Somma.
Così, non conoscendosi la sua natura vulcanica, la fertilità dei terreni circostanti favorì gli insediamenti osci e sanniti di Stabia, Pompei ed Ercolano, i cui abitanti non nutrivano alcun sospetto sul rischio potenziale dell'area.
Nel 73 a.C., durante la terza guerra servile, Spartaco e ai suoi seguaci si rifugiarono sul Vesuvio.
Incidentalmente, gli schiavi riuscirono a sottrarsi alla cattura, rinviando l'esito cruento della loro rivolta: utilizzarono i tralci delle viti che ricoprivano le pendici del monte per fabbricare scale con le quali fuggirono per l'unico passaggio non sorvegliato perché impervio.
L'eruzione del 79
La data dell'eruzione del Vesuvio del 79 ci è stata trasmessa da Plinio il giovane attraverso una lettera contenuta nel suo epistolario spedita a Tacito (passo sopra riportato nella citazione) in cui si legge nonum kal. septembres cioè nove giorni prima delle Calende di settembre, data che corrisponde al 24 agosto.
Questa data era contenuta nella variante universalmente ritenuta più attendibile del manoscritto ed è stata accettata come sicura fino ad oggi, anche se alcuni dati archeologici via via emersi mal si accordavano con una data estiva.
Infatti nello scavo dell'area vesuviana, sigillati dai lapilli, sono stati ritrovati (carbonizzati o tramite indagini archebotaniche) resti di frutta secca (come fichi secchi, datteri, susine), frutta tipicamente autunnale (come ad esempio melograni, castagne, uva, noci), si era completata la raccolta della canapa da semina (raccolta che si effettuava solitamente a settembre), la vendemmia (effettuata solitamente nel periodo di settembre/ottobre) era da tempo terminata e il mosto sigillato nelle anfore interrate, oltre ad essere posti in uso nelle case oggetti tipicamente autunnali come bracieri. Tali anfore venivano chiuse soltanto dopo un periodo di fermentazione all'aria aperta della durata di una decina di giorni: dunque l'eruzione avvenne, se si considera attendibile questo elemento d'indagine, in un periodo successivo. Anche nel caso di una vendemmia anticipata, i giorni intercorsi tra la raccolta, la pigiatura e la prima fermentazione consentono di spostare la data avanti con una certa sicurezza.
Questi motivi portarono Carlo Maria Rosini, appassionato napoletano del Settecento, ad avanzavare l'ipotesi che il testo plinano fosse sbagliato; egli propendeva per la data riportata da Cassio Dione Cocceiano non. kal. dec., cioè il 23 novembre, che meglio si accordava con i dati archeologici. Tale ipotesi fu però respinta, all'epoca, e si continuò a considerare come esatta la data del 24 agosto.
Analizzando i diversi manoscritti del testo pliniano che ci sono giunti si può vedere che, oltre alla versione maggiormente attestata, esistono altre varianti del passo in questione, ognuna delle quali indica una data diversa. La presenza di diverse varianti in un manoscritto è dovuta ad errori di trascrizione che il testo ha subito nei secoli, ma non necessariamente la variante numericamente più attestata è quella corretta. Neanche la variante più antica può essere considerata immune ad errori che possono essere stati commessi in trascrizioni precedenti. Quindi la data del 24 agosto, ricavata da una delle varianti del testo di Plinio, è tutt'altro che certa.
Un ultimo rinvenimento numismatico ha permesso di accertare l'effettiva infondatezza della datazione estiva. Un denario d'argento trovato il 7 giugno 1974 nello scavo a Pompei, vicino alla Casa del bracciale d'oro (Insula Occidentalis) porta sul retto impressa l'iscrizione:
Questo ritrovamento permette di affermare che l'eruzione avvenne, ovviamente, dopo l'emissione di questa moneta, quindi nell'anno in cui l'imperatore Tito ricoprì il settimo consolato (79), dopo l'assunzione per la nona volta della potestà tribunicia, cioè dopo il 1º luglio. L'indicazione della quindicesima acclamazione ad imperatore permette di posticipare ancor di più questo limite cronologico: infatti altre due iscrizioni (conservate a Siviglia, Spagna, e al British Museum) datate al 7 settembre e all'8 settembre riportano ancora la quattordicesima acclamazione.
Questo termine post quem ha permesso di accertare che l'eruzione del Vesuvio avvenne sicuramente dopo l'8 settembre e considerando gli altri dati archeologici, in particolare la conclusione della vendemmia (testimoniata dal ritrovamento di anfore contenenti succo di uva appena avviato alla fase di fermentazione) ed il rinvenimento di noci e fichi secchi, prugne o melagrane perfettamente conservate, è plausibile ipotizzare una data ancora successiva e pienamente autunnale.
Le sostanze eruttate per prime sono state fondamentalmente pomici, quindi rocce vulcaniche che sono originate da un magma pieno di gas e raffreddato. Mescolati ai pomici si trovano parti di rocce di altra natura che furono trasportati dal magma; al di sopra delle pomici sono rimasti intrappolati la maggior parte dei cadaveri a Pompei, avvolti nelle ceneri. I residui piroclastici della eruzione sono stati rintracciati in un'area ampia centinaia di chilometri quadrati, inoltre gli esperti hanno calcolato che l'altezza della nube di gas e pomici abbia raggiunto i 17 chilometri. Per quanto riguarda la composizione chimica delle sostanze eruttate nel 79 d.C., questa è diversa da quella delle lave eruttate nel periodo che va dal 1631 al 1944; infatti i magmi pliniani hanno mostrato di possedere una maggiore ricchezza di silice e di sodio e potassio e una minore quantità di calcio e magnesio; gli specialisti giustificano queste differenze perché nel caso delle lave pliniane, il magma si sarebbe fermato per alcune centinaia di anni (circa 700) ad una profondità di qualche chilometro, nella camera magmatica, dove si è raffreddato fino a 850 °C e si attivata la cristallizzazione.

Nel 62 gli abitanti subirono un primo colpo: la montagna si scosse violentemente e un gran numero di case vennero distrutte dal terremoto. Il successivo periodo di tranquillità favorì la ricostruzione degli edifici crollati. La vita riprese a scorrere ordinata e tranquilla in quelle terre che, ormai stabilmente inserite nel ben strutturato sistema imperiale, si potevano ritenere al riparo da qualsiasi minaccia esterna. Le abbondanti reliquie di quel periodo sono tipiche di ricche, operose cittadine di provincia, lontane tanto dal fasto e dal rumore dell' Urbe che dall'atmosfera raffinata e decadente della greca Neapolis, pur vicinissima. Ma un giorno dell'autunno del 79 su Stabia, Pompei e Ercolano si scatenò il finimondo.
Plinio il Vecchio quel giorno era al suo posto di comando della flotta romana dislocata a Miseno. La sua famiglia era con lui, e, tra gli altri, suo nipote, Plinio il Giovane, ci ha lasciato un'interessante testimonianza su ciò che successe. Egli osservò una nube molto densa elevarsi in direzione del Vesuvio, della quale scrisse:
Vedendo questa notevole apparizione, Plinio il Vecchio, grande naturalista e, ovviamente, attento all'osservazione di fenomeni insoliti, fece approntare una nave per andare a vedere più da vicino cosa stesse avvenendo, e offrì al nipote l'opportunità di accompagnarlo. Plinio il Giovane che preferì restare a casa a studiare, nelle già citate lettere, a Tacito, descrive anche la fine dello zio. Questi, infatti, aveva ricevuto, nel frattempo, una lettera da Ercolano dalla moglie di Cesio Basso, Retina che chiedeva aiuto non avendo altro scampo che per mare. La missione da scientifica si trasformò quindi in soccorso: Plinio, comandante della flotta di Miseno, ben conosceva il litorale vesuviano dove erano le residenze di numerosi amici. Altre navi furono quindi fatte salpare verso quelle spiagge.
Mentre si stava perciò dirigendo verso Ercolano ai piedi della montagna, la nave fu investita da una pioggia di cenere rovente, che diveniva più intensa e calda quanto più si avvicinava, cadendo, insieme a grumi di pomice e roccia nera e rovente. Una grande quantità di frammenti rotolava giù dalla montagna, agglomerandosi sempre di più. Il mare, poi, iniziò a ritirarsi, rendendo impossibile l'approdo. Plinio, pertanto, si diresse verso Stabia e lì approdò, facendosi ospitare da Pomponiano (Pomponianus), un suo vecchio amico.
Nel frattempo, le fiamme scaturivano da ogni parte della montagna con grande violenza - l'oscurità non faceva altro che aumentare il loro splendore. Nonostante tutto, Plinio decise di riposare. Ma presto la zona si riempì di lapilli e ceneri; i suoi servi lo svegliarono, e lui raggiunse Pomponiano e la famiglia. La casa tremava per le forti scosse di terremoto e, nel frattempo, lapilli e ceneri continuavano a piovere all'esterno. Valutati i rischi tutti pensarono che fosse più sicuro uscire all'aperto proteggendosi la testa con cuscini. Anche se era ormai giorno, l'oscurità era più profonda della notte più nera.
Plinio, persona di complessione robusta ma asmatica, dopo aver bevuto acqua fredda, si stese su una vela che era stata stesa per lui ma, quasi immediatamente, la lava, preceduta da un forte odore di zolfo lo obbligò ad alzarsi. Con l'aiuto di due servi ci riuscì, tuttavia, soffocato dai vapori tossici, morì istantaneamente. Il corpo, rintracciato dopo tre giorni, "sembrava di persona che dormisse".
In un'altra lettera a Tacito, Plinio il Giovane si sofferma invece su quanto accadde a Miseno, dove era restato con la famiglia. Si tratta di una descrizione altamente drammatica, in specie nella raffigurazione della "notte" che calò sull'abitato (che, va ricordato, è situato all'estremo opposto rispetto alla costa vesuviana). Infatti, Plinio è molto preciso e puntualizza che furono avvolti da una notte che non era una notte illune o nuvolosa ma il buio di una stanza chiusa e senza la minima luce. Ci si muoveva, ricorda, in questo buio fitto, liberandosi di continuo dalle ceneri calde che cadevano ininterrottamente e che, altrimenti avrebbero sommerso le persone.
La distruzione di Pompei ed Ercolano
L'attuale Vesuvio ha un'altezza minore rispetto a quella che aveva in epoca romana, quando i due pendii si univano in un'unica cima. Molti degli abitanti delle città vesuviane non furono in grado di trovare una via di fuga, l'improvvisa e sopraffacente pioggia di cenere e lapilli fece sì che non pochi di loro perirono nelle strade. Le città stesse scomparvero alla vista, sepolte sotto almeno 6 metri di materiali eruttivi. Le desolate distese che avevano visto la vita vivace e ricca, ora erano evitate e oggetto di terrori superstiziosi. Le caratteristiche diverse dei fenomeni che interessarono Pompei e Stabia rispetto ad Ercolano: le prime furono sommerse da una pioggia di cenere e lapilli che, salvo un intervallo di alcune ore (trappola mortale per tanti che rientrarono alla ricerca di persone care e oggetti preziosi), cadde ininterrotta. Ercolano invece non fu investita nella prima fase, ma quasi dodici ore dopo e, sino alle recentissime scoperte, si era pensato che tutti gli abitanti si fossero posti in salvo. Diversa fu la natura dei fenomeni che interessarono questo piccolo centro, molto più elegante e raffinato delle commerciali Pompei e Stabia. Infatti, il gigantesco pino di materiali eruttivi prese a collassare e, per effetto del vento, un'infernale mistura di gas roventi, ceneri e vapore acqueo, investì l'area di Ercolano. Coloro che si trovavano all'aperto ebbero forse miglior sorte, vaporizzati all'istante, di chi trovandosi al riparo ha lasciato tracce di una morte che, pur rapida, ebbe caratteristiche tremende. Il fenomeno è oggi conosciuto come "nube ardente" o frane piroclastiche. Al calar della sera del secondo giorno, l'attività eruttiva iniziò a calare rapidamente fino a cessare del tutto. L'eruzione era durata poco più di 25 ore, durante le quali il vulcano aveva espulso quasi un miliardo di metri cubi di materiale.

Aspetto della montagna prima e dopo l'eruzione

Il Vesuvio era stato sottoposto a un cambiamento. La sua cima non era più piatta, ma aveva acquisito una forma conica, dalla cima della quale ascendeva un denso vapore. Questo cono, determinato dalla fortissima spinta del materiale eruttato, ha letteralmente sfondato il precedente cratere per 3/4 circa della sua circonferenza. Ciò che residua dell'antico edificio vulcanico in seguito prese il nome di Monte Somma.
L'insieme di foreste, vigne e vegetazione lussureggiante, che ricopriva la parte del fianco del Vesuvio, dove avvenne l'eruzione, fu distrutto. Niente poteva essere più impressionante del contrasto tra lo stupendo aspetto della montagna prima della catastrofe, e la desolazione presente dopo il triste evento. Questo rimarcabile contrasto fornì il soggetto a uno degli epigrammi di Marziale, Lib. IV. Ep. 44. Che suona all'incirca così:
Dall'eruzione del 79, il Vesuvio ebbe molti periodi di attività alternati a intervalli di riposo. Nel 472, scagliò una tale quantità di ceneri, che si sparsero per tutta Europa e riempirono di allarme perfino Costantinopoli, che in quegli stessi giorni era scossa da violenti terremoti con epicentro ad Antiochia. Nel 1036 si ebbe la prima eruzione con fuoriuscita di lava: evento importantissimo nella storia del monte, giacché fino ad allora le eruzioni avevano prodotto materiali piroclastici, ma non magma. Secondo le antiche cronache, l'eruzione avvenne non solo sulla cima, ma anche sui fianchi, ed i prodotti incandescenti si riversarono in mare, allungando la linea costiera di circa 600 m.
Questa eruzione fu seguita da altre cinque, l'ultima delle quali (sebbene molto dubbia, perché ne parla un solo storico) avvenne nel 1500. A queste fece seguito un lungo riposo di circa 130 anni, durante il quale la montagna si coprì nuovamente di giardini e vigne come in precedenza. Anche l'interno del cratere si ricopri di arbusti.

Ascensione del Vesuvio

Il Vesuvio si stacca nettamente dalla piana su cui sorge. Il circuito della base misura circa 20 chilometri e la vetta è a circa 915 metri sul livello del mare. Quest'ultima misura varia con il tempo, a causa dell'altezza variabile del cono. La sua altezza moderata, e la facilità con la quale si può raggiungere, hanno indotto molti viaggiatori a scalare la montagna; e non pochi hanno registrato la loro esperienza. Ma le eruzioni sono state così frequenti, e il loro impatto sull'aspetto del vulcano così grande, che ogni descrizione è rimasta valida per un periodo limitato di tempo, almeno sinora.



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